La necessità della condivisione


“L’umanità non deve perdere altro tempo e lavorare da subito per la creazione delle giuste relazioni. La politica e l’economia controllano queste relazioni, così esse sono centrali per la nostra comprensione di ciò che è la relazione umana. I governi dovrebbero vedere se stessi al servizio delle necessità della gente: cibo, casa, assistenza sanitaria e istruzione per tutti. Questo è il ruolo di chi governa. Il cibo e le risorse del mondo non sono soltanto per gli americani, gli europei e i giapponesi. Come possiamo considerarci umani quando misuriamo il diritto di vivere, di mangiare, di creare, di muoversi, di essere felici con la quantità di denaro che ci capita di avere, come se quella fosse una misura del nostro valore?”

(Joachim Höpfner, Social Change, p.284)

Foto di Street Art Utopia

Condivisione è una bellissima parola che deriva dal latino: cum dividere (dividere con). Mi capita molto spesso, ultimamente, di sentire questa parola pronunciata dalle persone più disparate, un chiarissimo segno dei tempi.

Credo che sia necessario riportare un significato alle parole, non tanto per supposta cultura, ma più che altro per tornare a dar loro il giusto peso e per riflettere adeguatamente sul significato medesimo.

Prendiamo la condivisione: da che mondo è mondo, le società, le tribù, le popolazioni sono sempre state accomunate dallo scambio egualitario, io do a te e tu dai a me, inizialmente il commercio si fondava su questo principio, poi l’uomo inventò il denaro (all’inizio piccole palline di fango e sterco per sigillare numericamente un valore di scambio), ma questa è un’altra storia.

“In tutte le civiltà umane esiste l’idea di mercato come luogo deputato all’incontro tra persone con bisogni diversi che desiderano scambiare beni e servizi. La caratteristica dei mercati di oggi è che lo scambio è guidato non dai bisogni, ma dal profitto. È pura ideologia pensare che la società possa funzionare al meglio lasciando i mercati liberi di perseguire il profitto, e che i mercati possano operare efficacemente soltanto limitando le interferenze al minimo. Le regole che governano il funzionamento dei mercati sono stabilite dai potenti; il nostro dramma è aver permesso che questo accadesse”. (Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, p.27)

Tornando alla condivisione, non esisteva agglomerato umano nel quale non la si praticasse: nelle tribù, nelle cascine, nell’aia, nelle comunità, le persone vivevano a strettissimo contatto per condividere.

Ma condividere cosa?

Tutto.

In primis il lavoro, le comunità contadine collaboravano per garantirsi la sopravvivenza quotidiana, nei campi si lavorava insieme, le olive si raccoglievano insieme, gli animali si allevavano in comunità, la vendemmia era un momento gioioso e di pura condivisione, le donne filavano la lana cantando e raccontandosi, panificavano insieme e, insieme, l’una con l’altra, si accudivano durante la gravidanza.

Condividere è questione di vita. Di qualità di vita. Che succederebbe se in un anonimo condominio di città, le famiglie si mettessero a collaborare attivamente tra loro? Se, a turno 1 giorno a settimana, iniziassero a cucinare per tutti? Se i figli della comunità fossero accuditi ogni settimana da una famiglia diversa invece che lasciati negli asili? Se, invece di rimanere chiusi in casa con il marito o la moglie o il rispettivo compagno dopo un litigio, si avesse la possibilità di suonare il campanello della vicina per bersi un tè, ‘cambiare aria’ e condividere il problema?

Quanto tempo si libererebbe nelle nostre vite? Un’infinità.

Ma questa non è utopia. Sono moltissime, infatti, in Italia le iniziative in tal senso, e si chiamano Co-Housing. Vivere insieme non solo per dividere le bollette, ma per dividere con qualcun’altro gioie e dolori, fatiche e miserie, per non sentirsi mai soli, per fare il pane o le tagliatelle insieme ad altre mani, seminare con un bambino, cogliere dei fiori per decorare la tavola dove una grande famiglia vi attende per condividere la vita.

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2 comments

  1. Ciao Coltivar Condividendo… Sai che vi conosco? Il mio compagno è di Bassano e prossimo we ci vedremo di certo per lo scambio dei semi. Vi vaintanto di fare blogroll? Ciao e grazie. Giulia

  2. noi del gruppo coltivare condividendo.., condividiamo le sementi antiche… e condividiamo le conoscenze x coltivarle senza chimica di sintesi.. per riprodurle e conservarle.. ci piace chiamare tutto cio’.. agricoltura relazionale..

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